Carriere folli e possibili: l’animatore (non quello dei villaggi)

Disegnare i cartoni animati, una di quelle professioni che tutti indistintamente sconsigliano, dalla nonna all’insegnante di italiano che si ostinano a suggerirti di fare ingegneria “che un posto si trova sempre”. Eppure, di questi tempi più che mai, l’unica cosa che fa davvero al differenza è la passione con cui si fa il proprio lavoro, che si tratti di ingegneri nucleari o di animatori. E nulla vieta di mietere successi faccendo l’animatore. Ne sannoq qualcosa Daniele Baiardini, Sara Bellunato e Mauro Cioica responsabili del corto animato “Sotto Casa” vincitore del premio speciale Toolbox Coworking nell’ambito di Faber Meeting, ai quali abbiamo chiesto di raccontarci un po’ la loro avventura. Con l’augurio che spinga altri a inseguire i loro sogni, anche se non hanno nulla a che vedere con l’ingegneria. Se non espressamente indicato altrimenti, le risposte sono di Daniele Baiardini.

SottoCasa(OnMYDoorstep)Subbed from daniele baiardini on Vimeo.

Com’è nata l’idea del corto? L’idea mi è venuta nel più semplice dei modi, rispondendo alla domanda chiave “che film vorresti vedere?”. La mia fascinazione per i documentari d’animazione ha preso il sopravvento immediatamente, trovo questa unione di due linguaggi così apparentemente diversi sia estremamente potente e di grande impatto emozionale. Il secondo grosso dilemma era “di cosa voglio parlare?”. Mi domandai quale fosse l’argomento più vicino alla mia sfera di preoccupazioni e la casa, l’abitare e le problematiche connesse mi si palesarono davanti in tutta la loro necessità di essere raccontate. Pensare a chi vive situazioni abitative come quelle del film, per cui infinitamente più dure delle mie personali, che passa inosservato per le strade di tutte le città è diventata un’esigenza sia come regista che come persona.

Chi sono gli altri e com’è andata la collaborazione con gli altri? Giulia Sara Bellunato, Mauro Ciocia e Clyo Parecchini sono tre dei miei compagni di scuola al Centro. Ognuno di loro ha mostrato moltissimo coraggio offrendosi di collaborare a questo tipo di progetto, mai fatto nella nostra scuola ma anche non così comune in Italia. E’ stato complesso all’inizio riuscire a coniugare i due linguaggi, il documentario sociale e il corto d’animazione, per forgiarne uno nuovo.

Il corto ricorda un po’ Creature Comfort dello Studio Aardman. La cosa è volontaria? Vi siete posti eventualmente l’obiettivo di essere diversi, di posizionarvi in un qualche modo rispetto ai mitici corti dello Studio Aardman? Ovviamente Creature Comfort è stato uno dei nostri riferimenti concettuali. L’ambiente anglo-sassone e nord-europeo in genere è moto più avvezzo a questo tipo produzioni e si distinguono tuttora con prodotti eccellenti, basti pensare che uno degli ultimi vincitori del festival di Annecy è stato un documentario d’animazione svedeseI riferimenti sono tantissimi: dalla serie inglese Wrong Trainers a quella olandese Bloot/Naked ma anche documentari più classici italiani come “Panni Sporchi” di Giuseppe Bertolucci, che ha influenzato molto lo stile del montaggio.

Come si è svolto il lavoro di ricerca dei materiali di base? Ci siamo mossi in due direzioni fondamentali: le istituzioni e i contatti personali. Le prime ci hanno consentito di andare a scovare situazioni che non erano esattamente palesi al primo sguardo ma c’è anche da dire che, forse anche per tutelare i loro utenti, non tutte sono state collaborative con noi, specialmente quelle religiose. Molte non hanno voluto ammetterci nelle strutture o reso la cosa troppo complessa e cavillosa. La gran parte delle storie sono state trovate grazie a contatti personali. Anche in questo caso è stata dura perché non essendo io di Torino non avevo i necessari legami col territorio che potevo avere a Roma. Ma anche in questo caso siamo stati molto fortunati trovando persone estremamente disponibili a introdurci in situazioni che seguivano loro personalmente. Questo ha anche innescato una serie di relazioni tra noi e tutte queste persone, altri documentaristi o operatori sociali o semplicemente amici, che tuttora continuano.

Com’è stato accolto il corto? In Italia? e all’estero? SottoCasa ci ha dato tante soddisfazioni! E’ stato selezionato in tantissimi festival sia italiani che esteri tra i più importanti al mondo come il festival del cinema d’animazione di Annecy nel suo 50° anniversario o l’emergente KLIK festival di Amsterdam. Siamo anche fieri che sia stato invitato alla prima edizione di DoCartoon, il primo festival al mondo dedicato esclusivamente a documentari d’animazione e fumetti non-fiction tenutosi a Pietrasanta, Versilia, quest’anno.

Dal punto di vista lavorativo, è stato uno strumento utile? A me personalmente ha cambiato la vita, e non solo quella lavorativa. Nel senso che non ha sbloccato nessuna porta verso grandi produzioni o quant’altro, ma semmai mi ha dato la possibilità di farmi conoscere come autore, che non è poco, e ha acceso in me la voglia e determinazione spasmodica nel voler raccontare ancora storie del genere in questo modo. Questo film per me ha fatto da biglietto da visita in ambienti creativi e comunicativi fuori dal mainstream e ora, per esempio, faccio parte di un collettivo di autori a Londra, Matchbox Media Collective (http://matchboxmedia.org/), che si prefigge di affrontare tematiche sociali da diverse angolazioni specialistiche e di ripensare le modalità di finanziamento e distribuzione dei prodotti multimediali.

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