Vecchie piole, balere e Fred Buscaglione: quando il futuro passa dal passato

Dall’11 al 19 febbraio, si è svolta la seconda edizione a Torino “Sotto il cielo di Fred”, il concorso dedicato a Fred Buscaglione e destinato ai musicisti indipendenti. L’evento rappresenta un valido esempio di contaminazione creativa e progettuale: oltre al Premio canoro, ci sono serate e cene organizzate in 28 tra piole e circoli con la partecipazione di vari produttori locali, concerti itineranti, incontri e conferenze. Ci racconta tutto Francesca Lonardelli dell’Associazione culturale F.E.A., ideatrice e organizzatrice della manifestazione.

Come è nato il progetto?

Il progetto è nato dall’idea di fare un concorso per cantautori emergenti, per la nuova generazione di cantautori. Tra il 2004 e il 2005 mi aveva incuriosito vedere in giro per la città, volantini di Matteo Castellano, Stefano Amen, Dejan, fotocopiati e poi appiccicati sui muri dei portici come se fossero dei rave. Mi ero resa conto che stava venendo fuori una nuova ondata di musica d’autore, che si distingueva per testi e sonorità particolari. Sono dei personaggi particolari. Era giunto il momento di fare qualcosa dedicato a questi personaggi. Allora abbiamo pensato ad un concorso anche perché Torino è piena di locali che propongono concerti quindi il premio rappresentava una proposta diversa. Nello stesso periodo stavo leggendo una biografia di Buscaglione, e mi aveva affascinato questa storia delle piole, delle balere, della Torino degli anni ’50. Poi Buscaglione stesso, al di là del personaggio pubblico, man mano che approfondivo la sua storia, mi appariva come un uomo molto umile, attaccato alla sua Torino, che frequentava tanto i luoghi del suo quartiere, Vanchiglia.

Poi, parallelamente all’organizzazione del Premio, abbiamo voluto approfondire il discorso sulle piole, come luoghi che svolgono la funzione delle vecchie piole, quindi di aggregazione popolare, con cucina familiare. Le piole che noi abbiamo scelto per il nostro percorso svolgono questa funzione; i locali dove oggi si muovono i nostri cantautori, pur non essendo tutte trattorie storiche, il Bazura per esempio o le Officine Corsare, hanno questa dimensione, di accoglienza, di condivisione. Nella notte Barbera si mescolano questi due elementi con le esibizioni dei cantautori che non sono arrivati alle semifinali, nelle varie Piole. Se giravi tra le piole il sabato, c’era un’atmosfera magica, ci hanno tutti ringraziato, si respirava un’aria davvero unica.

Dalla lista di partner si vede una contaminazione di “supporti” e cioè radio, poi le piccole imprese private come le etichette indipendenti e le piole, e infine grandi realtà commerciali e non solo, per dirne qualcuna: Eataly, Coldiretti, Confesercenti, Slow Food. Come avete costruito queste collaborazioni?

Le realtà che tu hai citato le avevamo già coinvolte due anni fa, le radio invece sono entrate nel progetto nuovo, a partire da questa edizione. Ci tengo a precisare che non sono sponsor ma solo partner: Eataly per esempio ha prestato solo spazi, e poi ha proposto il menù Buscaglione, e invece gli altri, come Slow Food, li abbiamo invitati a organizzare conferenze su quelli che erano i loro temi, declinandoli sui nostri interessi. È più facile lavorare con reti già stabilite perché garantiscono una certa qualità, il vantaggio è quello di lavorare a contatto con persone professionali che sanno trattare quel tema e gli interessa farlo bene. Quindi la visibilità che ottengono in realtà è di riflesso una visibilità che raggiungiamo anche noi, grazie a loro. Le conferenze di Slow Food sono state fatte alle Officine Corsare, quindi anche in questo caso si cerca di mettere insieme e creare momenti d’incontro tra una realtà grande, importante, riconosciuta a livello internazionale con il piccolo circolo Arci che è però sensibile a certi temi. E noi siamo l’occasione perché questi mondi si incontrino.

Quali sono le difficoltà?

La difficoltà maggiore è sempre legata ai fondi, ma non ne parlerei visto che è un tema inflazionato. I problemi forse sono i fuori programma. Tu puoi organizzare tutto bene, ma poi è sempre un rischio. Quest’anno per esempio la chiusura del Lapsus –dove era prevista la serata finale- ci ha creato notevoli problemi, ma è così, bisogna essere pronti improvvisare.

I punti di forza sono una buona credibilità, una buona rete, avere persone che ti vogliono bene e che ti salvano, come è successo per noi con le Officine Corsare che ha ospitato l’ultima serata al posto del Lapsus. C’è indubbiamente anche un’interessante ricaduta sul territorio. A me sembra che potenzialmente il festival dia una spinta allo sviluppo locale. L’altro aspetto della notte rossa Barbera dove tu metti in comunicazione 28 ristoranti con 7 piccoli produttori e 24 musicisti, è che può succedere di tutto. Noi creiamo la situazione, sta poi a loro cogliere le opportunità. Ci piacerebbe che le 28 piole si rifornissero dai produttori che gli presentiamo, o che magari chiamino i ragazzi a fare delle serate. Noi speriamo che accada questo. E spesso è accaduto, e continua ad accadere.

Anche la comunicazione presenta elementi di freschezza e anche di contaminazione. Io ho amato molto il video promozionale che recitava “se preferisci il live alla televisione…”. Ce l’avete fatta a staccare dai divani i torinesi, e a sottrarli al festival di Sanremo?

In realtà no perché i torinesi hanno preferito Sanremo, la seconda serata c’erano 50 persone e non 180, cioè i posti del teatro Vittoria. Ne dobbiamo ancora fare di strada, credo.

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