Coworking alla riscossa in Italia e nel mondo

Condividiamo di seguito alcuni estratti dal bell’articolo di Dario Banfi pubblicato nelle scorse settimane sulle pagine dell’Avvenire che continua l’esplorazione del mondo del coworking. 

Dalla Cina all’Egitto, passando per le grandi città americane, le capitali europee e i nostri piccoli centri abitati. Il fenomeno dei coworking – aree attrezzate dove i freelance possono trovare una scrivania e lavorare, incontrarsi, svolgere riunioni con clienti, collaborare e organizzare eventi – non può più essere considerato una moda passeggera. È un fatto strutturale, che si consolida insieme alla crescita dei knowledge worker e del lavoro indipendente.

«Non è semplicemente una questione di spazi, ma riguarda le persone e il loro modo di lavorare e fare nuove esperienze di condivisione e collaborazione», spiega Jean-Yves Huwart, l’organizzatore della Coworking Conference 2011 di Berlino, un meeting internazionale che ha visto la partecipazione di oltre 300 coworker provenienti da 24 Paesi e quattro continenti.

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Niente di rivoluzionario dopo tutto. L’idea di associarsi può nascere nel box di casa o nel sottoscala dell’Ateneo, e diventare perfino un incubatore di piccole imprese con nel caso di Venture Garage, partito grazie a 20.000 euro assegnati dall’Università di Aalto ad alcuni studenti per aprire un coworking che oggi, oltre all’immancabile sauna, ospita sei start-up ogni sei mesi. I coworking non sono comunque zone franche soltanto per giovani, ma aperte a tutti, lavoratori nomadi, ospiti temporanei e anche disoccupati, in cerca di impiego e orientamento.

«Oltre a lavorare, aiutiamo chi cerca un nuovo percorso professionale, in alcuni casi assistiamo anche i suoi progetti di sviluppo commerciale. È un nuovo modo di cooperare e al tempo stesso abbassare le spese comuni, soprattutto in quei Paesi come la Grecia in forte crisi», spiega Alexandre Kahn di CoCoAthens. Sono spazi in cui giocare il tutto per tutto, invece, quando lo stato sociale non esiste più, come in Egitto, dove gli unici due coworking del Cairo sono nati sulla spinta dell’entusiasmo che ha portato in piazza migliaia di persone. «La rivoluzione – racconta Mazen Helmy di The District-Egypt – ci ha dato coraggio e fatto riscoprire la forza individuale e collettiva, anche nello sperimentare nuovi modi di lavorare insieme».

La formula a ogni modo piace anche nel vecchio Continente, dove nascono coworking per iniziativa di privati, piccole comunità di freelance e grazie all’intervento pubblico. È il caso del Belgio che ha stanziato 600.000 euro all’anno, per i prossimi tre anni, per facilitare lo sviluppo di questi spazi in Vallonia. «I freelance che chiedono finanziamenti devono però essere coinvolti in questo tipo d’attività e comunità», precisa Lisa Lombardi, coordinatrice dell’iniziativa pubblica. A Parigi, invece, La Cantine ha già aperto i battenti da tre anni e ricevuto da Comune, Provincia e Regione insieme, la bellezza di 200.000 euro all’anno per sviluppare una rete di coworking, ospitare una media di 50 freelance al giorno e oltre 400 eventi all’anno. Al di là dell’investimento, la chiave del successo è comunque la forza della comunità attiva che vive e lavora insieme.

«Nel nostro caso – racconta Ramon Suarez di BetaGroup Coworking di Bruxelles – il progetto è partito da una base di 350 lavoratori digitali, dal popolo di Internet». Lo conferma anche il caso di Lab121 di Alessandria, sostenuto da investimenti pubblici, che ha puntato prima alla costituzione di un gruppo motivato di freelance, poi alla messa a punto dei servizi. «È difficile stare sul mercato come lavoratore indipendente», testimonia anche Alex Hillman del celebre IndyHall di Filadelfia. «In un coworking, tuttavia, ognuno cerca di aiutare gli altri. Sono posti dove andare, essere se stessi, condividere tempo e a volte lavoro. Non conta lo spazio, contano le persone». Alcuni grandi operatori, come TheHUB, hanno aperto sedi nelle maggiori capitali europee e americane, ma non mancano esperienze di network tra piccole realtà, come l’italianissimo Coworking Project di Massimo Carraio che conta oggi 58 affiliazioni. «Condividiamo strumenti di promozione e comunicazione – spiega Massimo Carraro – e permettiamo ai coworker di circolare tra gli spazi della rete presenti in Italia. Ogni coworking è indipendente, siamo cioè una comunità di comunità, in cui ognuna di esse gode dei vantaggi di tutte le altre».

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