Tu non sei un gadget, ma Facebook non vuole che tu lo sappia

Jaron Lanier parla del web e dei software con una naturalezza e una competenza che non lascia spazio a repliche. La rete, il mondo digitale, i programmi non sono campi d’analisi per lui, sono il suo pane, l’aria che respira. Per questa ragione lo studio -per così dire anatomico e fenomenologico- cui sottopone il mondo digitale è senza dubbio degno del massimo rispetto.

In “Tu non sei un gadget” Lanier analizza gli aspetti tecnici, culturali, la loro ricaduta sociale e le derive di un universo digitale infido. Gli algoritmi informatici, le mode digitali, gli interessi delle lobby finanziarie, sono mescolate in uno scenario, con toni a tratti apocalittici, che mostra un progressivo declino dell’intelligenza e del senso di responsabilità delle persone.

È interessante il piano sottile che riguarda la struttura di un programma, piuttosto che una diversa applicazione in facebook. Non sono neutre, come in apparenza sembra. Possono quindi avere un’incidenza futura nella modalità in cui noi li assimileremo e li “installeremo”, dentro di noi, oltre che nel nostro Pc o Mac.

Ci fanno fare quello che vogliono.

Questo è in un certo senso uno dei principali capi d’accusa del libri di Lanier, e direi che è uno dei grandi, assoluti, ossessivi incubi americani. Non che questo sia un male, anzi. La storia di un certo cinema, di una buona parte della letteratura americana poggiano su questa temibile verità.

È assolutamente sconcertante che questo possa riguardare un ambito apparentemente molto più neutro di quanto lo sia in realtà. Questo ci rivela Lanier. Mi pare di poter dire che passando davanti alla vetrina delle grandi librerie italiane o scorrendo i titoli dei film proiettati nei cinema di città è difficile non pensare che ci facciano leggere o vedere quello che vogliono. Ma la dinamica non mi si manifesta in maniera così visibile, quando si tratta di software. Ecco, Lanier dà corpo a questo dubbio, tra i tanti.

E poi argomenta con grande efficacia come si stia trasformando/perdendo il valore della persona all’interno delle piazze virtuali dei social network, per cui la costruzione di un’identità digitale sembra coincidere con l’esistere, con il sé autentico. Quando si tratta di ombre, ologrammi, frammenti. Un frase per tutte, nella prefazione “Prima di condividere voi stessi, fate in modo di essere qualcuno”. Rispetto alla tematica dell’informazione, in un clima generale in cui sono celebrate l’open-source e il libero accesso alla cultura, la posizione di Lanier è molto controversa.

Anch’io ritengo che l’informazione “sottorappresenti la realtà”, ma è anche vero che spesso può raccogliere la sfida per rappresentarla, come nessun altro medium fa. Pensiamo a quello che è successo quest’anno nella primavera araba. Mi pare in generale che l’analisi di Lanier si incagli in quello che è uno dei più grandi nodi che riguardano l’intera storia del genere umano. Il progresso della scienza e della tecnologia da un lato, e la necessità di un’educazione e del senso di responsabilità dall’altro. Anche alla bomba atomica si è giunti a partire da una ricerca medica.

Da leggere senza dubbio, “Tu non sei un gadget” è un libro appassionante e stimolante, merita indubbiamente di essere sfogliato. E se vi piacerà, avrete mille modi di condividere la vostra opinione, sul web.
 Non credo che a Lanier dispiaccia, in questo caso!

Clara

Abbiamo affidato la recensione di “Tu non sei un gadget” a Clara Iannarelli. Laureata in Lettere Moderne, Clara è appassionata di scrittura e comunicazione. Ha lavorato nel settore degli eventi culturali e artistici per poi concentrare le sue energie su pr, ufficio stampa e web communication. 

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