Intervista a Dario Banfi: il coworking esalta i punti di forza dei freelance

Dario BanfoAbbiamo rivolto alcune domande a Dario Banfi, giornalista freelance, copywriter, e coautore insieme a Sergio Bologna di Vita da Freelance, uno dei pochi libri pubblicati in Italia che prova a descrivere il mondo del lavoro atipico (freelance, coworker, lavoratori della conoscenza, wwworker, etc.) senza farne solo e unicamente una questione di precariato, come se tutti sognassero di ritrovarsi assunti a tempo indeterminato in una multinazionale. Ecco cosa ci siamo detti.

1. La prima cosa che colpisce leggendo il libro è la difficoltà che si incontra nel definire con precisione cosa distingue un lavoratore della conoscenza dagli altri: da una parte, chi ne fa quasi esclusivamente una questione contrattuale (semplificando, partita iva? lavoratore della conoscenza!), dall’altra, chi ne fa invece una questione di oggetto del lavoro (sempre semplificando, scrivi testi per siti web? lavoratore della conoscenza!). Tu, lavoratore freelance come la maggior parte dei lettori di questo blog, come definiresti il tuo lavoro?

Preferisco parlare di lavoro professionale autonomo. Freelance non è esattamente un sinonimo, ma può andare bene ugualmente. Nel titolo del nostro libro è un termine suggerito dall’editore, inizialmente avevamo scelto un’espressione più provocatoria, volevamo chiamare il libro “Da gentiluomini a mercenari”. Posso definirmi lavoratore professionale autonomo, ma anche freelance o mercenario, non c’è grande differenza: il primo è più vicino al linguaggio della ricerca sociale, definisce le mie relazioni con il sistema del lavoro, e dice che sono solo, ho elevate competenze e voglio svolgere attività in questo modo, senza cercare vincoli di dipendenza. Il secondo porta un po’ di cultura anglosassone nel nostro Paese e si sposa bene in quei contesti di lavoro più legati alla creatività. Ricorda che siamo liberi, ma il nostro vantaggio è anche un rischio, e per superarlo spesso dobbiamo unirci. Mercenario è invece un termine che abbiamo impiegato per ricordare chi siamo: lavoratori pagati per i progetti svolti e i risultati ottenuti, il sapere trasferito ai clienti, la natura temporanea e orientata al mercato del nostro lavoro.

2. Pensi che tutta di questa fatica nel definire chi siamo sia solo iniziale o che si tratti piuttosto di una condizione sine qua non per questo tipo di lavoro?

Penso sia una questione di “grammatica” del sapere (e, di conseguenza del potere). Ovvero di cultura consolidata, incompleta, spesso errata. In realtà non sono figure nuove o nate di recente.

Già negli anni Ottanta i consulenti erano ben conosciuti, si pensi ai pubblicitari. Mentre nel mondo anglosassone il termine freelance è di uso comune, e in alcuni ambiti come quello giornalistico, per esempio, indica un modo di lavorare che garantisce anche qualità più elevata e totale libertà di scrittura, nel nostro Paese non ha mai trovato reale emersione culturale per freni imposti dal sistema del lavoro, centrato quasi esclusivamente sul modello del lavoro alle dipendenze, intorno al quale si è costruito il potere di stampa, politica e sindacato, oltre allo stato sociale.

Alcune restrizioni sono maturate tra l’altro anche in seno alla cultura del professionalismo, dove la definizione di saperi strutturati ha dato vita a professioni riconosciute per “diritto pubblico”, controllate, protette, privilegiate. Non c’è nulla di imprescindibile nel lavoro indipendente, ci sono al contrario linguaggi e culture del lavoro che non hanno imparato a includerlo, raccontarlo, farlo emergere. Oggi ne paghiamo le conseguenze e il modo più rapido per definirlo è di associarlo impropriamente al precariato.

3. A proposito di professionalismi, tutti ormai auspicano una riforma radicale dell’istituto degli ordini professionali, che hanno fallito l’obiettivo di garantire elevati standard qualitativi divenendo in pratica ostacoli a una vera concorrenza. Ciononostante, capita di assistere ogni tanto a tentativi più o meno riusciti di creare tra i lavoratori della conoscenza entità simili agli ordini, un po’ come se sotto sotto il mondo fluido ambisse a diventare solido. Pensi che possano esistere forme di rappresentanza più fluide o che la fluidità sia solo una condizione iniziale destinata a lasciare il passo a una qualche forma di sindacato tradizionale?

No. L’obiettivo delle coalizioni descritte nel libro non è di assumere il ruolo del sindacato tradizionale o di sostituirsi ad esso, e neppure fondare nuovi ordini o ricomporre una nuova classe di lavoratori. Non esiste uno spazio giuridico o motivo di pensare a forme negoziali che portino al riconoscimento di una controparte unica per gli indipendenti come avviene per i rinnovi dei CCNL da parte del sindacato.

Le coalizioni di freelance che stanno nascendo in Italia, Europa e Stati Uniti, si pongono come interlocutori generali, con il compito di intermediare situazioni davvero eterogenee, riforme dello stato sociale o accordi con fornitori di servizi pubblici o privati, parlando con la politica o lo stesso sindacato. Fisco, previdenza, diritti di welfare locale, assistenza nazionale, riscossione dei crediti e altro.. riguardano interlocurtori diversi. Le coalizioni devono parlare una lingua unica, farsi portavoce dei diritti ed esercitare pressioni. La novità sta nello stile, non ambiscono a occupare poltrone, ma contano sulle ragioni critiche e sul consenso. Esercitano lobbying nel senso più corretto del termine, per direzionare scelte o meglio, rispetto al caso italiano, per riequilibrare le (molte) sperequazioni ai danni dei freelance.

3. Con l’ultima manovra, il regime dei minimi al quale tanti freelance fanno ricorso, è stato abolito o comunque fortemente ridotto nella sua applicazione. Alcuni parlano addirittura di un 95% di esclusi rispetto allo stato attuale. Quali pensi che saranno le conseguenze? Pensi che si tratti di un passo verso un maggiore riconoscimento del lavoro autonomo o di un ulteriore segno del distacco del mondo istituzionale dalla realtà lavorativa di ogni giorno? 

La manovra è una presa in giro, purtroppo con conseguenze pesanti per chi esce dal precedente regime. Aumenteranno i costi, a partire dalla spesa relativa alla tenuta dei conti. Nessuno ha chiesto al mondo dei freelance che cosa pensasse di questa revisione. Questo la dice lunga sul valore che viene attribuito a questa realtà, considerata un mondo silente, abituato a subire e tacere. Eppure ci sono in ballo circa 500.000 persone.

Si è poi spacciata questa mini-riforma come metodo per favorire la nuova imprenditoria giovanile, ma a ben guardare il nuovo regime dei minimi non è applicabile a chi ha spese superiori a 15.000 euro in tre anni. Chi non le ha? Chi non ha sistemi d’impresa, ovviamente. In realtà, si è fatto un regalo alle grandi imprese che vedono abbassare ulteriormente il costo del lavoro (la ritenuta d’acconto passa al 5%) di giovani in entrata nel mercato, presi a lavorare, spesso impropriamente, con partita IVA. Oggi questa platea arriva anche al 50% dei neolaureati alla prima esperienza. Un brutto modo di mascherare un recupero di denaro sotto forma di nuove tasse sul lavoro professionale vero.

4. Un elemento comune a tutti i cosiddetti lavoratori della conoscenza è la natura ibrida degli spazi e dei tempi di lavoro: il freelance non ha orari di lavoro definiti né un luogo stabile in cui lavorare. La cucina di casa, l’internet café, una scrivania nell’ufficio di uno dei clienti: si lavora dovunque e a qualunque ora. Ultimamente però si sta diffondendo anche in Italia spazi dedicati al coworking, luoghi di lavoro ma con regole, consuetudini, abitudini diversissime da quelle dell’ufficio tradizionale.

Qual è la tua idea a questo proposito? Pensi che l’emergere del bisogno di uno spazio dedicato al lavoro sia il segno di un ridimensionamento del modello del freelance assoluto o che si tratti al contrario di un’ulteriore passo verso una maggiore definizione di quell’identità magmatica di cui dicevamo prima? Insomma il freelance che sotto sotto vuole tornare in ufficio o il freelance che si libera dell’ideologia associata alla sua posizione senza per questo rinnegarla? 

Nessuna delle due :-) Credo che sia daterminato dall’emergere di nuove necessità, e dalla possibilità di trovare buone risposte. La nostalgia del posto fisso non c’entra, anche perchè chi va in un coworking non lo trova e neppure lo cerca. Spesso si è costretti a cambiare posto, scrivania, città. I coworking sono spazi di transito e sosta, senza differenza. Sono luoghi dove lavorare, incontrare persone o clienti, perfino perdere tempo. Consentono di recuperare quell’umanità del lavoro che è fatta di contiguità, tempo condiviso, ozio creativo in collaborazione con altri, opportunità di relazione viva, prossimità. Non si ritrovano ruoli e compiti predefiniti, come in ufficio.

I freelance che ci vanno hanno compreso, forse proprio grazie a Internet, per definizione strumento di nomadismo sedentario, che le relazioni sono importanti, e vanno coltivate dal punto di vista della qualità, in questo caso nella vita reale. Non va dimenticato che il networking è la prima forma di ammortizzazione del rischio per un freelance: nei coworking si cerca una scrivania, ma anche e soprattutto si cercano persone. Non sottovalutiamo poi due aspetti. Da una parte è matura la consapevolezza che si possa lavorare davvero e finalmente in piena libertà e mobilità ovunque. E’ un fatto prettamente tecnologico. Dall’altra molti coworking offrono servizi e occasioni volutamante studiate dai coworking manager per orientarsi, contaminare il proprio sapere, condividere esperienze, immaginare situazioni di coprojecting o start-up di nuovi business. Non è la deroga a un’ideologia del lavoro solitario, il ritorno in piazza dell’eremita, ma al contrario è il modo più preciso e specifico con cui un lavoratore indipendente mette in atto proprio il suo punto di forza, ovvero sapersi inserire in situazioni, creare relazioni simpatetiche, cercare esperienze, nuove opportunità, anche pratiche, da sperimentare. In sintesi entrare in un coworking è un nuovo diverso modo di “comunicare” con il mondo.

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  1. Ho letto ill ibro di Dario e questa è una bellissima intervista. Sante parole.
    Ciao

  2. Ciao Daniele,
    grazie mille!

  3. Pingback: Lavoro culturale? Il coworking ha le risposte « Alzatevi e Partite Iva

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