Tutti imprenditori nati, almeno più dei nostri genitori.

Negli Stati Uniti, i nati a cavallo di quel ventennio sono circa 77 milioni e stanno creando nuove imprese a un tasso assai superiore ai loro genitori. Gli studi che vengono condotti sulle caratteristiche di questa interessante realtà puntano a definire scenari e dati mai registrati fino ad ora.

Ma quali sono i fattori che hanno determinato questa vocazione all’imprenditorialità? Secondo l’autrice americana il primo e più importante risiede nel fatto che si tratta della prima generazione di nativi digitali. Il secondo riguarda il fatto che questi giovani considerano il percorso imprenditoriale come particolarmente come il più attraente per il proprio futuro. Molti di loro hanno visto i propri genitori che lavoravano nelle grandi corporation perdere il posto di lavoro “sicuro”: dal 1984 al 2009 oltre 30 milioni di americani sono rimasti disoccupati e due anni fa solamente il 40% dei cittadini degli Stati Uniti lavorava in un’azienda con più di mille dipendenti. Va da sé che i giovani adulti (nel nuovo e nel vecchio continente) hanno imparato velocemente a non avere fiducia nelle istituzioni che rappresentavano un punto di riferimento per i loro genitori e stanno progressivamente imparando a cavarsela autonomamente. In questo sono anche aiutati dal fatto si tratta di una generazione allevata in una mentalità per cui non c’è nulla di irraggiungibile o irrealizzabile.

Gli upstarter hanno otto caratteristiche fondamentali:

1. Sono estremamente propensi alla collaborazione e spesso avviano nuove aziende insieme ad amici, colleghi del college, genitori, professori o fidanzate. Tendono a riconoscere i propri limiti e cercano co-founder e investitori in grado di compensare le debolezze ed essere di complemento ai punti di forza;

2. Sono dei campioni di tecnologia, anche se le loro aziende non sono necessariamente delle web company. La tecnologia non è solamente il punto di partenza per nuovi prodotti e servizi, ma anche la chiave di differenziazione che usano gli upstarter per differenziarsi sul mercato;

3. Amano cambiare le regole del gioco, d’altro canto «l’innovazione è sempre un atto di ribellione rispetto allo status quo» (De Biase);

4. Conoscono molto bene il loro mercato, anzi lo conoscono meglio delle grandi aziende che indirizzano i propri prodotti e servizi a questa generazione;

5. Sanno costruire dei brand, a partire dal nome delle loro aziende. D’altronde, molti di loro si sono lungamente esercitati nel personal branding, hanno scelto nickname e fotografie per i propri profili online, aperto un blog e via di seguito;

6. Hanno uno sviluppato senso di giustizia sociale. Uno studio di Cone e Amp Insights mostra come il 61% dei giovani tra i 13 e i 25 anni senta la responsabilità di marcare una differenza nel mondo, mentre il 79% di loro desideri lavorare per un’azienda che condivida gli stessi valori;

7. Non amano il lavoro d’ufficio dalle 9 alle 17 e costruiscono strutture flessibili, orientate al risultato e fortemente basate sulla meritocrazia;

8. Si adattano molto velocemente e non hanno paura del fallimento. Piuttosto si re-inventano, cambiano strategia e considerano l’evoluzione dello scenario in cui operano come un’opportunità piuttosto che una minaccia.

Mi domando se sia rilevante anche il diverso atteggiamento della società americana nei confronti dello spirito imprenditoriale, che include il famigerato rischio d’impresa, e nei confronti dell’innovazione. Sono arci noti vari casi in cui le banche hanno sostenuto investimenti enormi a supporto di progetti imprenditoriali innovativi e coraggiosi. Uno per tutti: i due geni di Google hanno ricevuto dalla…. Un prestito iniziale di 700 milioni di dollari per lo sviluppo dell’algoritmo. Da un lato quindi talento e genialità indiscussi, dall’altro una disponibilità da parte di investitori a sostenere il talento, il lampo di genio e di credere con lungimiranza al successo dell’impresa al punto da metterci una notevole quantità di dollaroni sonanti.

Nicola Mattina ha qualche mese fa recensito nel suo blog il libro Upstart! dell’ autrice Donna Fenn che individua negli americani nati tra il 1977 e il 1997 una sorta di generazione prodigio per quanto riguarda l’imprenditorialità: la entrepreneurial generation.

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