La morte lenta e dolorosa degli uffici tradizionali

Il mondo del lavoro è cambiato e con esso gli spazi dedicati al lavoro, primo tra tutti l’ufficio. Secondo uno studio pubblicato da Unwired Consultancy sempre più aziende stanno modificando i luoghi di lavoro nella direzione di una sempre maggiore flessibilità. Lo studio, commissionato dalla nota catena di spazi per uffici Regus, non fa il minimo cenno al modello del coworking e riduce la collaborazione tra lavoratori differenti alla condivisione de macchinari tecnici: nulla di cui stupirsi se si tiene conto del profilo dell’azienda committente :-)

Ciononostante, lo studio contiene alcuni stimoli di riflessione decisamente interessanti che vale la pena citare. Solo al 12% degli intervistati, che lavorano tutti in uffici più o meno tradizionali, piacerebbe lavorare da casa, e solo l’1,4% pratica abitualmente questa modalità organizzativa.

Se potessero scegliere, più del 60% dei lavoratori intervistati hanno affermato di preferire uno spostamento non superiore ai 20 minuti, mentre al momento più di 2/3 degli intervistati impiegano almeno 40 minuti per arrivare in ufficio. Interessanti anche i dati sulle differenze generazionali: il 71% degli intervistati nati negli anni Ottanta e Novanta afferma di trovarsi particolarmente a disagio con l’organizzazione attuale del lavoro preferendo di gran lunga modalità lavorative più “virtuali” rispetto ai ritmi di un ufficio tradizionale.

Dati interessanti anche sul tipo di collaborazione: se la momento circa l’80% delle interazioni nei luoghi di lavoro avvengono tra lavoratori all’interno dell’azienda stessa, in futuro l’80% delle interazioni sarà tra persone esterne all’azienda stessa  perché sempre più spesso si lavorerà in gruppi di lavoro diversi e flessibili per natura.

Lo studio completo è disponibile qui.

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  1. Se quello che dite e’ cosi’ in progressione ed inevitabile, mi volete spiegare come mai una struttura come il cooworking che dovrebbe essere la soluzione ideale per le problematiche espresse, fa cosi’ fatica a decollare ed e’ presente solo in alcune citta’.
    Evidentemente pochi ritengono di investire in tale struttura.
    Per i costi iniziali troppo alti? Per i dubbi sulla sua effettiva completa utilizzazione da parte di utenti apparentemente idonei? Mediamente quanto costa installare un posto di lavoro in cooworking. tenuto conto ovviamente dei collegamenti internet etc.?

    Grazie.

  2. Ciao Mauro,
    scusa per il ritardo con cui postiamo il tuo commento, ma ci tenevamo ad affidare la risposta direttamente ad Aurelio Balestra, cofondatore e coordinatore di Toolbox Coworking.

    “Nella sola città di Berlino gli spazi di coworking sono oltre 20 e quasi un centinaio in tutta la Germania, nel nord Europa come negli Stati Uniti aprono continuamente spazi di coworking attorno ai quali si aggrega una community di freelance e di cosiddetti lavoratori della conoscenza. Non esiste un modello unico e ogni spazio cerca di trovare specificità di offerta che renda possibile la propria sopravvivenza.

    Il dato italiano è diverso. In Italia siamo tradizionalmente individualisti, abbiamo il mito della proprietà dello spazio in cui viviamo, lavoriamo o andiamo in vacanza, per cui le pratiche che poggiano su valori come condivisione, accessibilità e sostenibilità fanno difficoltà ad affermarsi. Per ora il modello di coworking che più abbiamo conosciuto in Italia è molto più simile al subaffitto che alla condivisione di spazi: ma è un inizio importante e presto anche noi ci accorgeremo che la via tracciata dal coworking diventerà il modo di lavorare più efficace e salutare.

    Toolbox ovviamente è nato e cresce in questo ambiente non troppo favorevole e quindi, a fianco alle 44 postazioni del coworking, offre anche la possibilità di affittare sale riunioni e uffici privati in un contesto di design e di standard tecnologico e gestionale elevato. Questo mix di offerta consente, oltre alle iniziative rivolte alla community, consente a Toolbox non solo di guardare al futuro con fiducia, ma anche di gestire un sereno e collaborativo presente.”

    Aurelio Balestra

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