Poveri ora, (forse) meno poveri poi: la follia del 33%


Qualche giorno fa il governo ha proposto di portare l’aliquota riservata alle partite iva senza ordine, quelle che vanno a finire nella gestione separata dell’INPS, dal 26% al 33%, assimilandola nei fatti a quella dei lavoratori dipendenti. La condanna da parte del mondo dei freelance è stata unanime e la proposta è stata silenziosamente accantonata. 

Nel mondo del lavoro attuale esistono varie tribù: i dipendenti a tempo indeterminato, che chiameremo la tribù degli intoccabili; i dipendenti indeterminatamente assunti e licenziati dalla stessa azienda, che chiameremo la tribù degli accesi-spenti; quella dei parasubordinati senza i benefit del lavoro dipendente e senza i benefit del lavoro autonomo, che chiameremo la tribù dei senza-senza; le finte partite iva, indistinguibili a occhio nudo dai dipendenti, che chiameremo la tribù degli autonomi-infelici; infine, le vere partite iva, la tribù degli autonomi-felici. E i rapporti tra queste tribù? Semplificando, i senza-senza, gli accesi-spenti e gli autonomi-infelici vorrebbero tutti essere assimilati agli intoccabili, mentre gli autonomi-felici sono, chi più chi meno, felici appunto della loro condizione.

Immaginiamo che tutti gli uomini e le donne di queste tribù lavorino e abbiano un reddito. Su questo reddito gravano due tipi di prelievi: tasse e contributi. E a ben vedere, il sistema dei contributi è per così dire più onesto con il cittadino perché in fondo si tratta di soldi la cui titolarità resta sempre e comunque a chi li ha versati, che li riavrà secondo calcoli e parametri magari un po’ astrusi ma certi. Sfido chiunque invece a capire come vengono spese le tasse versate, su quali servizi e in che misura. Semplificando, i contributi so che fine fanno, le tasse no.

Concentriamoci ora sui contributi. Sono gli stessi per tutte le tribù? ovviamente no, e visto che ci piace complicarci la vita, esistono diverse aliquote e non hanno niente a che vedere con le tribù ma seguono criteri tutti loro. Sul sito di ACTA, si legge che “un professionista con ordine paga il 12-14%; un commerciante o un artigiano il 20-21%; un lavoratore dipendente il 25-26% del costo del lavoro (il 33% di cui si parla è riferito alla contribuzione sulla retribuzione lorda). Una partita iva contribuisce già oggi con il 26%”. La proposta prevedeva di alzare l’aliquota riservata alle partite iva senza ordine, quelle che vanno a finire nella gestione separata al 26%), portandola al 33% assimilandola in questo modo a quella di un lavoratore dipendente con l’obiettivo di disincentivare il ricorso ai contratti parasubordinati e alle finte partite iva e ridurre il precariato.

Vi siete persi? Torniamo alle nostre tribù. Come ricorderete, i senza-senza, gli accesi-spenti e gli autonomi-infelici vorrebbero essere assimilati agli intoccabili, mentre gli autonomi-felici sono, chi più chi meno, felici, appunto. La proposta del governo non coglie questa differenza e butta tutti quelli diversi dagli intoccabili nella tribù fittizia dei precari. Peccato che così non sia, dal momento che -non ci stancheremo mai di ripeterlo- l’etichetta di precario viene spesso applicata a sproposito a lavoratori che non si considerano affatto tali.

Questa, la prima ragione del malcontento. Un po’ come se gli autonomi-felici dicessero: “il nostro obiettivo non è diventare intoccabili, né essere considerati un’altra variante dell’ampia tribù dei precari, ma vedere finalmente riconosciuta in tutta la sua interezza la nostra identità di autonomi-felici“.

C’è poi la sindrome del futuro imprevedibile che rende sempre più difficile ragionare nel lungo periodo, e quindi giustificare la differenza tra tasse e contributi. Ricordate? le prime sono a ben vedere quelle il cui utilizzo è più difficile da monitorare mentre sui secondi possiamo avere qualche certezza in più, ma se a furia di riforme di requisiti minimi ricalcolati ogni tre per due, diventa sempre più difficile capire se e come si arriverà davvero a percepirla questa pensione -per non parlare dell’ammontare- cresce il numero di quelli che non vedono più nessuna differenza tra i due prelievi. Per non parlare del fatto che a prelievi analoghi non corrisponderebbero analoghi servizi visto che i lavoratori autonomi non godono, a differenza dei dipendenti, di assistenza in caso di malattia o infortunio né di ammortizzatori sociali.

Questa la seconda ragione del malcontento. Un po’ come se gli autonomi-felici precisassero: “non vogliamo diventare intoccabili perché ci piace essere noi. E poi a dirla tutta contestiamo l’intero sistema contributivo perché non sappiamo quando e come avremo indietro questi soldi”.

Su tutto però aleggia la maledizione della torta piccola. E sì, perché se stessimo parlando di redditi da centinaia di migliaia di euro, ovvero di torte grandi, tutto sommato la cosa sarebbe gestibile. Ma la tribù degli autonomi-felici è costituita nella maggior parte da redditi in grado di garantire una vita dignitosa e poco più. E benché il risparmio sia importante, tutti prenderebbero per pazzo chi decide di morire di fame nel presente nella speranza di avere una pensione più sostanziosa nel futuro.

Questa la terza ragione del malcontento. Un po’ come se gli autonomi-felici concludessero: “non vogliamo diventare intoccabili perché ci piace essere così. Contestiamo l’intero sistema contributivo perché nutriamo dubbi sul fatto che le regole per il calcolo dell’erogazione della pensione non cambieranno ancora una volta nei prossimi anni. E poi vi rendete conto che ci state chiedendo di essere poveri nel presente per essere (forse) meno nel futuro?”.

Il Cappellaio Matto non avrebbe nulla da obiettare.


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Un Commento

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