Ires-Cgil: sempre più lavoro a intermittenza

Normalmente su questo blog evito i catastrofismi, ma gli ottimisti a tutti i costi non mi sono mai piaciuti e quindi se ci sono da segnalare ricerche non proprio rassicuranti, lo si fa. Come nel caso dell’analisi Ires-Cgil sul mondo del lavoro in Italia, secondo la quale, almeno negli ultimi cinque anni,  il 60% dei lavoratori ha alternato tempi di lavoro a “disoccupazione” e ha visto peggiorare le proprie condizioni economiche con le immaginabili ripercussioni anche sul piano previdenziale. La discontinuità occupazionale riguarda in particolare la vita dei lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo che lavorano a singhiozzo nell’88% dei casi. Non va meglio per gli educatori e i formatori, al 76%, e a chi lavora nell’informazione e nell’editoria.

Cattive notizie anche sul fronte delle entrate che in media nel 2009 il reddito annuale è stato inferiore ai 15 mila euro l’anno per il 44% per cento degli intervistati (di cui più della metà non è arrivato a 10 mila euro). Solo uno su sei ha superato i 30 mila euro l’anno. La maggior parte opera con partita iva (il 47,2 per cento) nel regime di contribuzione minima. Ma molti sono anche vittime di quegli odiosi contratti di lavoro atipico, dalla famigerata collaborazione a progetto alla più semplice collaborazione occasionale. Ci sono ad ogni modo dei vantaggi, come la maggiore autonomia, anche nell’orario di lavoro, e un maggiore riconoscimento professionale rispetto a chi fa la medesima professione come dipendente ai quali fanno però da contraltare alcuni svantaggi comunque significativi come il trattamento economico, che il 60% giudica peggiore rispetto a un lavoratore dipendente ma con la stessa mansione. Se chiamati a dare una definizione al proprio status, quasi sette su dieci dicono di essere liberi professionisti con scarse tutele. Uno su dieci si rappresenta come un lavoratore autonomo, il 13,7 per cento si percepisce come un lavoratore dipendente non regolarizzato e solo una minima parte si sente un libero professionista affermato (7,5 per cento).

Penso di aver già chiarito la mia posizione su questa questione in altri post: penso che un’epoca sia finita da un pezzo e che continuare a giudicare il mondo del lavoro con quei parametri serva solo a farsi del male. E mi sembra questa ricerca fotografi abbastanza bene certe percezione inutilmente colpevolizzanti del lavoratore nei propri confronti. Chi l’ha detto che il lavoro dipendente sia il non-plus-ultra, l’unico orizzonte al quale aspirare? Una libera professione meglio regolamentata non potrebbe essere meglio, decisamente più appagante e, se gli affari vanno bene, sostanzialmente più remunerativa? Detto ciò, se il mondo politico e sindacale prendessero atto di questo cambiamento e proponessero un’organizzazione del lavoro meno schizofrenica (da una parte i vecchi contratti di lavoro, pieni di vantaggi per il lavoratore ma eccessivamente costosi per il datore di lavore, dall’altra la pletora di contratti e tipologie lavorative atipiche, apolidi, e viste dagli stessi lavoratori come sfigate) migliorerebbe la vita lavorativa di tutti. E voi, cosa ne pensate?

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